Ultima modifica: 10 Gennaio 2021

Andreas Formiconi

Questa pagina riporta l’intervento di Andeas Formiconi, professore associato informatica. maestro artigiano, fondatore della Scuolina di Poggio alla Croce.
Oltre alla possibilità di sentire l’audio, abbiamo pensato di proporre anche la trascrizione testuale. In questo modo, oltre a favorire una seconda modalità di fruizione, utile per le persone con difficoltà uditive, abbiamo avuto la possibilità di espandere il testo con alcuni link. Il testo, inoltre, facilmente selezionabile, diventa un lancio per ulteriori riusi. 

IC Copernico di Corsico, venerdì 20 novembre – IV Settimana della gentilezza

Sommario

Audio prima partePoggio alla Croce, tutto inizia nell’aprile 2017L’idea della scuolinaIl valore lo si trova nella fragilitàTra successi e fallimentiDa Poggio a FirenzeQuesti ragazzi sono tutti uguali?Un blog e un atelier artistico

Audio seconda parteDad sì, Dad no?Proviamo a inventarci un tirocinio onlineNon stakeholder, ma studentiUn gruppo di giovani entusiastiIl potersi fidarePreoccuparsi delle emozioni dei propri allieviCome si cambiaImparare a parlare le loro lingueAltre risorse

Ascolta l’audio della prima parte dell’intervento di Andreas Formiconi

Poggio alla Croce, tutto inizia nell’aprile 2017

Sono poche immagini con scritte in inglese, perché questa storia mi sono ritrovata a raccontarla in giro un po’ per l’Europa e mi faceva comodo avere un brogliaccio. Enfatizzo subito l’idea del laboratorio aperto di cittadinanza attiva e in realtà noi non abbiamo mai pensato di fare una scuolina. Avevamo semplicemente un problema: in questo paesino che è nella provincia di Firenze, in basso c’è il Chianti e Poggio alla Croce, vicino a Firenze tra il Chianti e la Valdarnoin alto c’è il Valdarno e questo paesino è e si chiama Poggio alla Croce, è un posto ameno, 190 abitanti, con una vita piuttosto tranquilla. Veniva organizzata, prima della pandemia, una famosa festa estiva con un sacco di eventi; insomma sembrava un po’ una piccola Svizzera. Poi, nell’aprile 2017 venne fuori questa scioccante notizia. Veramente io non ci feci un granché caso; nella chat che collega tutti i paesani “arrivano i nuovi emigranti” l’avevo sentito dire; poi dopo tre giorni arriva un messaggio trionfale: “evviva, abbiamo raccolto e portato in Prefettura 230 firme contro”. Il messaggio finiva così: “contro”. Questo era spiazzante, era incomprensibile. Contro cosa? Esperti di immigrazione e di tematiche connesse all’immigrazione, a cominciare dal sottoscritto, non ce n’erano. In una dozzina abbiamo iniziato a riunirci una volta la settimana, ponendoci delle domande e interrogandoci vicendevolmente per cercare di capire: cos’è un migrante economico? che cos’è il respingimento? cosa sono i Cast? 

La storia della scuolinaPoi abbiamo allargato il cerchio andando a fare delle interviste a operatori del settore a partire dal custode di centri di accoglienza del territorio circostante per arrivare anche a presidenti di organizzazioni impegnate in queste attività. Poi sono arrivati i ragazzi. Nel frattempo ci sono state anche delle terribili assemblee popolari con i sindaci – perché noi abbiamo due comuni – dove venne fuori una mostruosità che la popolazione riesce a esprimere; è stato terribile, perché io con queste persone erano 35 anni che vivo. Abbiamo condiviso tragedie familiari, gioie, anche delle piccole sciocchezze del bar, eccetera, poi improvvisamente scopriamo simmetricamente che l’altro è un mostro, perché io ho visto mettere in atto dei comportamenti mostruosi nei confronti dei sindaci che venivano e degli assessori che venivano a cercare di raccogliere le istanze della popolazione. 

Dall’altro lato ho scoperto di essere diventato – infatti mi sono trovato con un manipolo ristretto di 10-12 persone – completamente emarginato, perché eravamo diventati africani. Noi abbiamo anche collaborato con un parroco, che per inciso è un simpatico giovanotto di Kinshasa e viene dal Congo; io e don Martino abbiamo lavorato insieme. Io gli ho detto tante volte “Martino, guarda che qui il negro sono io soprattutto”, perché sono il negro mostruoso; quello che non immaginavano di avere dentro in un proprio concittadino.

Ritorna al sommario

L’idea della scuolina

Quindi questo racconto è un racconto meraviglioso da un lato, ma che porta in sé anche un fallimento; successo e fallimento e probabilmente la cosa normale, la vita è fatta così.

Alla scuolina 2Allora, qual è la cosa affascinante? È che, a partire dall’inizio di agosto fino al giugno del 2019, tutti i martedì e tutti i giovedì escluso due volte che sono capitate a Natale e in un’altra festa, dalle 5 alle 7 ci siamo riuniti: alcuni di noi e alcuni di questi ragazzi, senza alcuna pianificazione; cioè non c’è qualcuno di noi che ha deciso “ora facciamo la scuola”.

Questo è il motivo principale per cui alla fine è venuto fuori questo nome di “scuolina”, che è come un dire una scuola in punta di piedi, non pensava di essere una scuola. Poi tutti la chiamavano scuola e ho detto, vabbè, però una “scuolina”, dai, perché c’è stata una tale spontaneità, da parte delle persone che hanno partecipato, che ci sembrava quasi che avesse più valore enfatizzare la precarietà, la fragilità.

Ritorna al sommario

Il valore lo si trova nella fragilità

Devo dire che nella mia lunga esperienza di ricercatore, ma soprattutto insegnante, ho capito che il valore lo si trova nella fragilità e io sono terrorizzato di tutte le strutture di tutte le organizzazioni, perché immediatamente vedo i germi della contaminazione di questa purezza, di questa creatività che caratterizza le situazioni fragili. 

Ritorna al sommario

Tra successi e fallimenti

Cosa faceva questa scuola? Nessuno aveva in mente chi eravamo noi: cittadini. Questa storia non l’ho iniziata come un professore, come un insegnante; ero un cittadino che aveva un problema e volevo parlare con i miei concittadini dicendo: ma, invece di polemizzare, lasciamo ad altri le discussioni sui massimi sistemi; sono piovute queste persone, in fin dei conti sono dei ragazzi, che probabilmente non ci volevano venire. Vogliamo vedere se possiamo trasformare questa cosa, che sembra un problema e lo è, potenzialmente in un’occasione per fare qualcosa di utile per tutti? Questo messaggio è la parte brutta della storia, ed è stato totalmente rifiutato da, diciamo, 190 meno 15.

Ne esco un po’ spettinato da questa storia, perché ho avuto delle riprove recentissime, ora che è più che finita questa cosa, che non si è spostato niente.

La cosa bellissima è che la scuola è andata avanti. La cosa bellissima è che questi ragazzi sono stati messi condizioni, una quindicina, il centro ne ospitava 30, sono stati tutti collocati nel mondo del lavoro in maniera legale, addirittura entusiasmando degli imprenditori locali che erano all’inizio molto prevenuti e questo è un altro successo. Questi ragazzi ora li stiamo più che altro accompagnando nei loro percorsi, perché difficile è la questione dell’alloggio e via dicendo.

Ritorna al sommario

Da Poggio a Firenze

Poi cosa è successo? È successo che a giugno del 2019 è stato chiuso il centro e questi ragazzi però erano tutti finiti a Firenze. Ora, essendo riusciti a costruire un progetto intorno a questa storia, che ci aiutava soprattutto non a fare la scuola perché la scuola è tutta su base volontaria  – in questo diciamo la scuola è praticamente identica alle Penny Wirton descritte da Eraldo, cioè il rapporto è 1 a 1 (se proprio manca qualcuno di noi 1 a 2 o qualcosa del genere) e si basa sul principio della gratuità, cioè lo fai se lo vuoi fare: non c’è nessuna insegnante pagata, cittadini pensionati, ma anche gente che lavora anche lo fa quando ha tempo, studenti. Io ho cominciato a coinvolgere i miei studenti di Scienze della Formazione, dove c’è un ampio bacino di persone meravigliose; abbiamo una quantità di giovani meravigliosi; il Paese non li conosce, sembra quasi non sapere che farsene, mentre sarebbe il nostro grande capitale.

Abbiamo inoltre ottenuto una collaborazione con il Cospe, COoperazione per lo Sviluppo dei Paesi Emergenti, che ha la sua base a Firenze e loro si sono rivelati degli ottimi collaboratori e hanno ospitato in città la scuolina.
Alla scuolina 1La scuolina in realtà si è potenziata a quel punto, perché il tessuto urbano facilita queste cose. Poggio alla Croce non è servito: ci sono due autobus al giorno; è un tormento organizzare la vita a queste persone; invece in città è molto più semplice ed è anche più facile trovare cittadini che si recano alla scuolina a collaborare. Fra i volontari ho molti studenti; ci sono i miei laureandi, anche nel mio caso sono tutte ragazze, diciamo un mondo al femminile; ci sono mie studentesse dato che in certi corsi offro la possibilità di partecipare alla scuolina, e poi faccio vedere queste cose nell’esame, e ci sono studenti che lo vengono a sapere e partecipano. Ecco, questo è il loro grande contributo, (…) Il concerto è stato affiancare questi ragazzi; il modello 1 a 1 venne spontaneo già dopo il primo cerchio che facemmo il 18 agosto 2017. 13 ragazzi di loro e 23 di noi; e tra questi 13 ragazzi vennero fuori queste lingue: arabo, bambara, bengali, pulaar, punjabi, tigrina, urdu,… 

Mi  resi conto che il mondo era venuto a Poggio alla Croce; è stato un seminario, il più bello evento didattico che abbia vissuto in vita mia – e sono uno che credo avere avuto a questo punto 15 mila studenti negli ultimi vent’anni  – e capii che una serie di stereotipi in realtà semplicemente si squagliarono, evaporarono in quest’occasione, perché mi resi conto che tanti concetti che vengono sbandierati, come quello di mediatore; beh, bisogna vedere che vuol dire mediatore a fronte di una varietà di questo genere. “C’è la lingua ponte”, ma non è vero che c’è una lingua ponte: in questo piccolissimo campione c’erano 4 ragazzi che parlavano francesi, 3 l’inglese sempre degli slang, naturalmente, e gli altri niente; quindi lingua ponte cosa vuol dire?

Ritorna al sommario

Questi ragazzi sono tutti uguali?

Questi ragazzi sono omogenei, sono tutti analfabeti? Assolutamente no: c’erano alcuni che erano palesemente analfabeti: abbiamo fatto un cerchio in un gioco e ognuno deve andare a scrivere il proprio nome, il proprio paese, la propria lingua e poi puntare il pennarello verso qualcuno a caso; quindi poteva essere Andreas, come poteva essere Omar o altri. Ma fra questi ragazzi io trovai uno che si stava laureando in matematica in Eritrea, quando è venuto via e le settimane successive ci ho passato un paio di pomeriggi a discutere di un software che stavo scrivendo per il calcolo delle orbite usando le equazioni di Newton. E stava ragionando alla pari con me; un altro, che era uno studente di filosofia, venne a chiedermi dei libri e gli ho prestato i libri di mia nonna, di Stendhal e di Rousseau. Questo solo in un campionamento casuale di 13 persone; allora, era ovvio fare un lavoro uno a uno, perché noi dovevamo risolvere i loro problemi.

Faccio un esempio di problema: Samba è indiavolata oggi perché ieri gli hanno fatto la multa sull’autobus. Bene si parla del biglietto: cosa c’è scritto su questo biglietto; poi ho capito che non basta: bisogna anche parlare di tutta l’architettura che giustifica l’esistenza del biglietto perché per molti di questi ragazzi il concetto di biglietto è un concetto idiota. Per loro è stupido “cacciare” 3 euro per un pezzo di carta, perché lo vedono così. Quindi c’è tantissimo da parlare; in questo poi ci finisce in informatica: ma lo sai che c’hai Gmail nel tuo computer o nel tuo telefono – perché tanto hanno tutti Android, telefoni di fascia bassa con Android. Allora, poi si scopre che lì ci si può allegare il curriculum, che abbiamo scritto con un software libero per non dover dipendere da nessuno e poi si scopre che c’hai il Drive, dove ci puoi mettere il tuo curriculum e che se lo perdi e vai a Parigi e riprendi un altro telefono da 50 euro, recuperi il tuo curriculum eccetera eccetera.

Ritorna al sommario

Un blog e un atelier artistico

C’è poi un sito, è un blog, che in estate era così; poi c’è un altro blog dove scrivono soprattutto i miei studenti ora; questo è qualcosa che facevamo al Cospe e quindi un atelier artistico; qui dove facevamo i calchi delle mani, cose bellissime che il virus ha spazzato.

E allora siamo finiti online e qui faccio entrare un concetto che dopo riprenderemo: ci pareva di aver perso la vicinanza, ma in realtà l’abbiamo riacciuffata per i capelli

Insomma i nostri volontari, in 236 giorni dall’inizio – abbiamo cominciato il 23 di marzo fino a 2-3 giorni fa –  hanno fatto 307 lezioni, tutte scrupolosamente annotate, con tutte le problematiche affrontate: spesso si parla di accompagnamento e via dicendo 

Questa è la parte bella della storia, che è una storia di vicinanza, una storia di vicinanza anche online e questo è un concetto che andiamo dopo.

Ritorna al sommario

Ascolta l’audio della seconda parte dell’intervento di Andreas Formiconi

Ritorna al sommario

Dad sì, Dad no?

Questa è un’altra piccola storia: la storia di un’emergenza ed è un qualcosa che serve anche a rispondere al tormento di tutte le domande, tipo Dad sì, Dad no. È veramente abbastanza privo di senso, perché si tratta di cercare di fare il meglio possibile col mare in tempesta. Stare a discutere che la tempesta è cattiva, è vano, quanto meno.

Dal blog di Andreas Formiconi, linkAllora, io insegno anche Scienze della Formazione Primaria; quindi tutti gli anni affronto circa 250 meravigliose studentesse e 3 o 4 studenti – questa è la proporzione – sarebbe meglio ci fosse più equilibrio, ma sta di fatto che è così. Insegna loro a usare le tecnologie stando bene attenti a non perdere di vista l’uomo mai e loro, come molti di voi sanno benissimo, anche meglio di me, devono fare i tirocini. Quando siamo stati chiusi in casa a marzo, è successo che, grazie al cielo, c’è la possibilità di continuare la didattica in qualche maniera, ma i tirocini diretti, che giustamente devono fare gli studenti, erano stati congelati.

La prospettiva era che queste persone perdessero sei mesi o un anno. Stavamo congelando loro le carriere; ce ne erano circa una quarantina che dovevano laurearsi in primavera e dovevano finire tirocini. Allora, cosa fare?

Ritorna al sommario

Proviamo a inventarci un tirocinio online

Ecco lo spirito positivo: proviamo a inventarci un tirocinio online e quindi un ‘ossimoro: un tirocinio diretto online; troviamo un modo decente per sostituire quella che sarebbe stata un’esperienza in classe. L’idea è stata questa; grazie alla frequentazione della rete, da ormai dal 2007, conosco una quantità enorme di persone nel mondo della scuola e tantissimi insegnanti assolutamente straordinari, coraggiosi, geniali, generosi.

Non sto assolutamente dicendo che c’è bisogno dell’insegnante-eroe; stiamo attenti a semplificare, perché qui ormai il mondo è diventato un assortimento di trappole del banale; ma certo che no. Stiamo dicendo che se capita uno, che per motivi suoi, perché è stato illuminato da non so che cosa, fa una cosa straordinaria, che può servire ad altri, cerchiamo di trarne vantaggio. Tutto qui.

Quindi l’idea è “siccome io conosco una dozzina di insegnanti assolutamente straordinari, sia alla scuola primaria sia alla scuola secondaria, usiamo questi strumenti nello spirito che dicevo: usiamo quello che abbiamo per quel che serve, senza affezionarsi mai a nessuno strumento per mettere in contatto questi ragazzi con queste persone e portare letteralmente, attraverso gli strumenti online, gli studenti dentro le classi di queste persone. Quindi abbiamo organizzato questo percorso, che ha un altro aspetto meraviglioso: nell’emergenza l’accademia, che è una grande istituzione, è molto rigida e si muove male. Questi momenti di emergenza sono i momenti di grande fragilità, ma sono i migliori per vedere di creare qualcosa di nuovo e anche per spostare gli equilibri.

Ritorna al sommario

Non stakeholder, ma studenti

Allora, io ho un rapporto meraviglioso con questi studenti: ricevo centinaia di lettere, sono amico di tantissimi, una volta che sono finiti i percorsi e so quanti valori inespressi loro potrebbero mettere al servizio dell’università laddove essa imparasse veramente a tirar fuori, a mettere a frutto il valore di tutti, come piace tanto dire oggi, gli stakeholder, portatori di interesse, in primis gli studenti, che invece sono diventati una cosiddetta commodity: gli studenti universitari sono diventati come lo zucchero; si guarda quanti iscrizioni portano, raramente si parla dei loro problemi nelle riunioni universitarie. Io conosco i rappresentanti degli studenti e ci sono veramente delle persone che io, se potessi cooptarli come collaboratori, lo farei subito a occhi chiusi. E qui c’è stata l’occasione, perché sono riuscito a far passare ai miei colleghi il messaggio che in questa emergenza poteva essere un’occasione utilizzare la collaborazione di questi studenti; e loro hanno collaborato.

Ritorna al sommario

Un gruppo di giovani entusiasti

Home page del blog di maestra Enrica, link al blogQuindi mi sono ritrovato in un team di giovani entusiasti e con grandi capacità e creatività e abbiamo fatto insieme questo percorso, lo abbiamo proprio fatto insieme: abbiamo fatto insieme il sito, abbiamo lavorato alla pari strutturando una serie di incontri e in questi incontri tutte le volte, eccetto la prima, c’è stato tipo un dialogo con una maestra, e qui c’è traccia, per esempio, di due incontri con la maestra Enrica Ena (link al blog di maestra Enrica); ora non c’è tempo, ma, tramite Alberto, poi posso darvi tutti questi link e potete andare a vedere cosa fa Enrica Ena in classe. Questi studenti, che hanno seguito questo percorso, hanno dovuto scrivere un diario, perché io non faccio mai una valutazione con esami con domandine, ma faccio sempre fare un diario, dove si deve parlare in modo non accademico delle proprie passioni, delle sconfitte, delle difficoltà, di come abbiamo risolto un problema, di come ho parlato con i compagni eccetera eccetera. In fondo abbiamo poi potuto dare i crediti che mancavano e abbiamo risolto un problema per l’università, ma soprattutto per questi ragazzi. Da loro naturalmente è venuto fuori un boato di entusiasmo. Ecco, quindi, non è il problema della videoconferenza; il problema è che siamo andati a risolvere un loro bisogno e abbiamo usato tutto quello che potevamo usare. Per esempio, cruciale è il forum, dove loro potevano porre domande e dove abbiamo discusso i problemi. In 40 giorni ho una cinquantina di discussioni. Si usa tutto quello che ci vuole; l’importante è usarlo facendo capire che quello potrebbe servire a risolvere un problema e allora sicuramente le persone lo usano. Tutti questi 240 studenti, che son passati in questa esperienza, sono usciti con l’idea che questo è stato un percorso online di grande valore, proprio per il tirocinio.

Ritorna al sommario

Il potersi fidare

Un concetto fondamentale con quale chiudo il discorso, ma il più importante di tutti, è che a queste persone bisogna far capire che si possono fidare di te. Normalmente nelle scuole gli studenti non hanno questo atteggiamento di fiducia nei propri insegnanti, all’università per niente – questo lo so per la quantità di sondaggi interviste che ho fatto – ma è anche vero che nella scuola secondaria io non ho mai pensato di potermi fidare dei miei insegnanti, eccetto due o tre, che amo per tutta la vita, evidentemente.

E forse valeva la pena andare a scuola solo per quei due tre, questo va benissimo, ma in particolare in questi contesti, che sono resi algidi, distanti da questi mezzi, è cruciale stare ancora più vicini all’uomo e non stata stare tanto a pensare sulla tecnologia. Quindi, qual è la cosa fondamentale? Creare un clima di amichevolezza, di dolcezza, di disponibilità, dove l’altro si convince che si può fidare di te e deve stare bene, cioè, bisogna prima fare stare bene la persona che hai di là, ma anche quando ce l’hai davanti, anche gli africani arrabbiati – ci siamo trovati anche con ragazzi africani arrabbiati a mezzo metro di distanza. 

Ritorna al sommario

Preoccuparsi delle emozioni dei propri allievi

Allora, prima di tutto bisogna pensare al suo benessere: farlo stare bene, perché, a quel punto, se tu colleghi ciò che ti capita, forse, di insegnare se hai fortuna, all’emozione negativa – e questo ci stanno dicendo le neuroscienze – allora l’apprendimento avrà luogo. Se invece si collega a un’emozione negativa, questo è il modo per bloccare completamente la capacità di apprendimento della persona; cioè, un insegnante, che non si preoccupi delle emozioni dei propri allievi, è un insegnante che probabilmente insegnerà poco e niente.

In questo senso io ho un po’ il dente avvelenato con l’ossessione per le sole competenze; abbiamo trasformato la scuola sostanzialmente in una formazione aziendale, non è assolutamente sufficiente; è molto di più. E bisogna partire dal benessere della persona, altrimenti non si raggiunge e non si va mai in profondità, perché imparare le risposte giuste per fare brillantemente un esame non vuol dire imparare. Dalle neuroscienze cominciamo a sapere che se si usano solo le memorie più a breve termine non si raggiunge la profondità.

Volevo chiudere questo discorso su questo concetto fondamentale del ruolo delle emozioni nell’insegnamento, vuoi che sia la scuolina, vuoi che sia un corso curricolare dell’università.

Ritorna al sommario

In che senso tuo percorso di insegnante maestro, di professore maestro ti ha cambiato e ti cambia quotidianamente?

Una domanda ad Andreas. Questo tuo percorso di insegnante maestro, di professore maestro, in che senso ti ha cambiato e ti cambia quotidianamente?

Mi ha cambiato profondamente, anche perché il mio un percorso un po’ particolare: sono nato come un fisico nucleare, poi sono finito a fare ricerca sui metodi matematici, che producono le immagini TAC, risonanza magnetica, eccetera; quindi ho passato, dal ‘78, quando mi sono laureato, al 2005 chiuso in un laboratorio a contare atomi e fotoni. Poi, ho dovuto anche insegnare e lì evidentemente c’era una corda che c’era in me e che era era rimasta latente nella prima metà della mia vita professionale. Appena mi sono trovato davanti a 250 persone – i miei colleghi lo facevano facile: vai lì a lezione e vai via – e mi sono trovato 250 facce che mi guardavano, ho avuto uno shock. Anche perché ho capito che non potevo comunicare con loro in realtà, salvo i primi 7-8 secchioni in prima fila, ma poi i timidi, i profondi, i lontani erano persi e per questo, scoprendo che già stavano in un altro mondo, che è quello virtuale, mi misi a imparare queste cose. E da lì è stato tutto un cambiare, dove ho capito che tutto passava dall’ascolto, cioè, io ogni volta dovevo imparare ad ascoltare in quel nuovo contesto le voci che mi tornavano indietro, dovevi imparare a interpretarle, dovevo imparare a parlare le loro lingue prima di tutto.

Ritorna al sommario

Imparare a parlare le loro lingue

Anche se io ne voglio insegnare una, di qualsivoglia genere: matematica, italiana, dotta, quello che volete, in realtà io prima dovevo essere in grado di parlare le loro lingue per capire da dove dovevo partire e, se io non capisco da dove devo partire, rischio di fare un buco nell’acqua, rischio di non raggiungere nessuno. Piano piano con questa quantità smisurata di colloqui – con i miei studenti molte un parlare fuori dai momenti formali – è nata una relazione che mi ha profondamente cambiato. L’apice è stato quando sono riuscito ad andare a fare dei laboratori in collaborazione con delle maestre che conosco in classi di scuola primaria. E quindi ho lavorato con i bambini, ho provato a fare il maestro con i bambini e li ne sono uscito trasfigurato. Ho capito che se a questo punto, con tutto quello che ho vissuto, se dovessi per ventura rinascere, devo fare il maestro elementare.

Ritorna al sommario

Altre risorse

Ritorna al sommario




Link vai su