Sara Costanzo
Questa pagina riporta l’intervento di Sara Costanzo, pedagogista, formatrice e counselor; curatrice della rassegna Fare anima in educazione.
Oltre alla possibilità di sentire l’audio, abbiamo pensato di proporre anche la trascrizione testuale. In questo modo, oltre a favorire una seconda modalità di fruizione, utile per le persone con difficoltà uditive, abbiamo avuto la possibilità di espandere il testo con alcuni link. Il testo, inoltre, facilmente selezionabile, diventa un lancio per ulteriori riusi.
IC Copernico di Corsico, mercoledì 25 novembre – IV Settimana della gentilezza
Ascolta l’audio della prima parte dell’intervento di Sara Costanzo
Ho pensato di raccontare qualcosa che mi riguarda, quindi darò testimonianza di cosa sia per me la parola soccorrevole.
Mi sono chiesta come è nato questo termine “soccorrevole” e devo dire che è partita una riflessione sul dolore nel periodo del lockdown di marzo, che mi attraversava e che spesso ancora mi attraversa, perché la chiusura, l’atteggiamento repressivo e la paura mi hanno toccata in profondità, non soltanto in questo tempo, in questo lockdown, ma anche nell’anno che lo precede. Per me è stato un anno molto difficile, perché durante questo tempo ho perso due persone che amo molto e devo dire che il termine soccorrevole forse per la prima volta l’ho percepito stando accanto alla mia insegnante, alla mia maestra, che si chiama Marina Barioglio e che ricordo anche oggi. Marina ha avuto un melanoma, ma è stata una cosa molto dolorosa, fulminante, veloce. Lei mi ha chiesto di accompagnarla dentro questo spazio di congedo; sono stati mesi di grande intimità, di donne in intimità, di sorelle, di madri, di figlie. In questo tempo ho sentito il soccorso della parola e anche del silenzio. Ho sentito allora che per me è soccorrevole la parola ogni volta che dà voce ad ogni perdita della mia voce; e ogni volta che io perdo la voce sento che una parola mi soccorre, mi raggiunge e mi fa vedere l’ossatura. A volte è il silenzio ed è il gesto dell’altro, a volte è la natura, a volte è un tramonto e a volte è il mio gatto che è soccorrevole. E a volte sono i grandi maestri – Bobin (link a un articolo sull’autore) li chiama “le bende della letteratura eterna” (link di approfondimento) – che ci soccorrono, i poeti, e allora, quando arrivo a sentirmi inerme e scarnificata, io percepisco che soltanto il soccorso della parola, che arriva in visita, mi tiene in vita e mi mette a nudo, perché spesso io mi sento in pericolo e sento anche i pericoli degli altri. E accade che, quando il pericolo lo si percepisce in profondità, si diventa molto presenti e purtroppo io spesso perdo questa presenza a me stessa e alle cose e la ritrovo quando accompagno il dolore dell’altro e quando l’altro accompagna il mio
Quello che significa per me soccorrevole è proprio attraversare insieme il male, il vuoto; attraversare la bellezza che c’è anche in quel momento in cui tutto sembra improvvisamente spento; e allora la parola mi raggiunge, pronunciando dei suoni, talvolta delle vibrazioni e dei pensieri, che raggiungono la mia anima ed è a volte uno sguardo o un colore del tramonto sugli alberi. Mi sento di dire che, quando la parola arriva satura di questa vibrazione dell’anima, trovo conforto, trovo consolazione, perché sento che quella parola è vera; ed è questa forza che ha l’anima: non è opaca, non tende a esagerare, non ha eccessi, non è falsa, ma mi annaffia limpidamente; ed è improbabile che tutte le volte che questa parola mi raggiunge io non sia messa a nudo, perché, ogni volta che il linguaggio dell’anima si rivela, traspare la mia venatura più profonda, più bella, più sincera; traspare anche la vibrazione di quel soccorso che diventa come un diapason, un aspetto eterno di connessione. E divento più porosa a quella che è la violazione dell’altro; e allora la parola fa questo miracolo dentro di me: mi apre e mi rende più capace di accogliere i suoni più silenziosi; e mi sembra che pianti una spiga di grano nel mio cuore, perché dopo quel grano nel tempo matura e diventa farina e pane. E mi sento di dire che a volte la parola soccorrevole non si rivela nell’istante, ma ha bisogno di tempo ed è il tempo del fare il pane. Il tempo della posa, il tempo del calore, il tempo dell’attesa, perché a volte la parola soccorrevole si rivela soltanto dopo avere attraversato l’attesa e l’incontro. E accade che, quando succede questo miracolo in cui il pane viene mangiato, gustato, allora percepisco l’umanità, le umanità in viaggio dentro quelle parole.
È come una visita, è come una grazia ricevere il soccorso di parole, gesti, silenzi, che sono portatori di anima. E la cura che mi dà il dono di questa parola mi apre completamente a vivere limpidamente il bene e il male; e credo che le parole soccorrevoli siano come delle scintille.
Ho la sensazione che il pane sia bello, caldo condiviso insieme ad altri, e improvvisamente il soccorso diventa un mutuo aiuto reciproco, che si trasforma in una festa anche durante il dolore. Scintille, perché nella notte, nel buio bruciano la notte; sono scintille, perché mi ricordano le scintille delle parole dei bambini, quando sono in quell’età in cui in qualche modo cercano delle risposte alle loro domande di senso più profonde. Mio mio figlio mi chiedeva: perché, mamma, questa cosa; perché quest’altra; quando aveva 3 anni, 4 anni ha continuato a chiedermi il perché. Ecco, allora credo che le parole della notte, queste scintille che sparano dritte, che scavano siano proprio soccorrevoli, nel senso che mi mettono in cerca di risposte. Non mi danno subito la risposta, ma mi mettono in un atteggiamento di ricerca e devo dire che esistono proprio scintille che sono folgori balenanti: non è un’impressione mia, ma è di Martin Buber (link alla voce di Wikipedia), il quale vede nella folgore un’intuizione per attraversare il tempo della notte. Sono parole soccorrevoli, perché sono vive come scintille e mi raggiungono, mi fanno camminare, mi nutrono anche nel silenzio.
Ma la cosa più bella per me della parola soccorrevole è che non mi dà tregua, perché mi suona e mi risuona; e mi porta via dal pericolo; e, quando sento questo, sento gratitudine estrema per tutto ciò che è poetico, che è grano, che è pane, che è scintilla, perché, quando si riceve, il nostro cuore si trasforma. La gratitudine è sorella della tenerezza e, se nasce un senso di tenerezza per il mondo, ma anche per la mia fragilità o per la fragilità dell’altro, allora posso dire che quella parola soccorrevole mi ha messo al mondo ancora.














