Ultima modifica: 8 Gennaio 2021

Maria Ramunno

Questa pagina riporta l’intervento di Maria Ramunno,  dirigente scolastica, curatrice e animatrice del gruppo Facebook Settimana della gentilezza.
Oltre alla possibilità di sentire l’audio, abbiamo pensato di proporre anche la trascrizione testuale. In questo modo, oltre a favorire una seconda modalità di fruizione, utile per le persone con difficoltà uditive, abbiamo avuto la possibilità di espandere il testo con alcuni link. Il testo, inoltre, facilmente selezionabile, diventa un lancio per ulteriori riusi. 

IC Copernico di Corsico, mercoledì 25 novembre – IV Settimana della gentilezza

Ascolta l’audio della prima parte dell’intervento di Maria Ramunno

Dunque le parole di cura e gentilezza; con uno dei tanti programmi di Word Cloud sono andata a scrivere tutte le parole connesse con le parole sorelle “cura e gentilezza”, che mi accompagnano da molto tempo. Ho fatto per anni l’insegnante di tedesco e d’inglese e anche francese, ma ho avuto la fortuna di cominciare già dalle scuole elementari con una suora australiana, che voleva provare con dei bambini interessati all’insegnamento dell’inglese, Ecco, ho cominciato ad amare le parole, a trattarle con cura, con gioia, come se fossero il mio giocattolo preferito, come se fossero un gatto da accarezzare. Ho avuto questa fortuna, che mi ha portato poi a studiare inglese, francese, tedesco e russo, già prima di frequentare l’università di Lingue, e, diciamo, oggi mi porta a memorizzare e a tenere vicino a me il più possibile le parole, che, quindi, ho sempre cercato di trattare con cura, imparando nella corretta pronuncia la corretta intonazione, nelle frasi il corretto uso, i corretti significati, con un enorme rispetto.

Cura, che è la parola centrale dell’incontro di oggi, è assunzione di responsabilità; proprio dal cuore della parola, la cui radice ku a sua volta rimanda a un’osservazione, cioè a uno sguardo attento sull’altro, sulla realtà e, quindi, implica osservazione, ma anche partecipazione attiva, che segue allo sguardo e, quindi, come ci dice il sito Una parola al giorno, è amore con il lato attivo, e, rimandando a una canzone di Gaber, è “materia, terra, cosa”, deve cioè concretizzarsi.

Stessa cosa per la gentilezza. C’è un detto inglese che dice Kindness is love with its work boots on, cioè è l’amore con la tenuta da lavoro, con gli stivaletti, le scarpette che si mettono quando si lavora. La gentilezza, quindi niente affatto un comportamento affettato, oppure un segno di distinzione per aspetti legati alla propria nobiltà. No, non è così; l’etimologia rimanda da un lato alla non appartenenza al popolo ebraico, ma non tanto come un segno di limitazione, quanto un’apertura che il cristianesimo estende veramente a tutte le genti e, dall’altro lato, l’appartenenza alla gens – a Roma c’era il prenomen, il nome, e il cognomen; questa unità sovrafamiliare, che col tempo si è incredibilmente allargata e che imponeva quindi vincoli di cura e attenzione che andavano ben al di là, di quelli riservati alla stretta cerchia familiare. Lo stesso sito (https://unaparolaalgiorno.it/significato/gentile) vuole sottolineare questa parola, che ha fatto questo viaggio, partendo da così lontano. Ecco, oggi chi nella scuola lavora per favorire il valore della gentilezza nelle relazioni la intende come cura, rispetto vero, benevolo.

Vi ricordate la volpe del Piccolo Principe? Ecco, la parola può essere usata non così amorevolmente e può anche essere una portatrice di diversi significati e quindi creare malintesi. Oggi è la giornata che ci ricorda il nostro impegno contro la violenza sulle donne. Ecco, la parola amore che è così in sé perfetta e compiuta, può essere anche il ponte, invece, di malessere e di tossicità; quindi dobbiamo stare in guardia e avere delle relazioni che siano veramente ispirate alla cura e alla gentilezza nei nostri contesti di vita e nei nostri contesti di lavoro.§
Questa riflessione l’ho trovata nella dottoressa Adriana Sumini nel suo saggio Parole per dare vita alla relazione educativa (estratto pdf da Animazione sociale, maggio 2013);  interessante anche il suo saggio sull’aggressività nei servizi sociali (leggi la scheda del libro); la mancanza, purtroppo, di gentilezza è ciò che ha fatto scaturire la necessità di occuparci di gentilezza oggi-

Le parole come creature viventi (vedi https://poesieintornoalfuoco.blogspot.com/2018/08/le-parole-hanno-un-loro-destino.html); Sara è stata bravissima nel dar vita alla relazione con la parola soccorrevole, quindi a far comprendere quanto vera sia questa affermazione di Hugo von Hofmannsthal (vedi voce di Wikipedia), poeta e drammaturgo austriaco, vissuto a cavallo tra Otto e Novecento. 

 

La parola che quindi diventa persona. Ecco, I care è una delle frasi più conosciute al mondo sulla scuola, la scuola di Barbiana (vedi voce di Wikipedia). Don Milani, che, pur alle volte pronunciando frasi e parole molto brusche e apparentemente quindi non molto cortesi, in realtà aveva colto al centro, al cuore, l’importanza della cura. Con questa parola, come diceva lui intraducibile, perché da una parte implica la preoccupazione l’interesse e l’importanza che si dà a qualcosa e dall’altra, contemporaneamente e conseguentemente, anche questo look after: questo badare, questo seguire, questo andar dietro nella cura. Si usa – in inglese. questo verbo con la preposizione – con i bambini, con le persone anziane o con tutti coloro che hanno bisogno di cura. Provvedere alle necessità della persona quindi è una relazione che implica uno sguardo, che volge verso il benessere della persona in base a ciò di cui effettivamente la persona ha bisogno. 

Recalcati parla di parole piene citando a sua volta Lacan (vedi https://www.nicoloterminio.it/psicoanalisi-psicoterapia/psicoanalisi-lacaniana/parola-piena-e-parola-vuota.html); quindi, la comunicazione gentile con parole gentili e di cura. Ecco, e qui mi viene proprio in mente di nuovo quello che diceva Sara, è la parola che accoglie l’altro, che si realizza nel desiderio dell’altro e si nutre dello sguardo dell’altro. Quindi è una parola che unisce, che fonde insieme le due alterità di chi la pronuncia e di chi la ascolta, in questa unione simbiotica. Così viene percepita come piena, gentile.

 
Quindi, se ci domandiamo quali siano le parole di gentilezza e cura nei contesti educativi, più che enucleare quelle che ho segnato nel wordcloud della prima slide, in realtà sono tutte quelle che scaturiscono da una riflessione plurale, cioè da parte di tutti gli attori dei contesti educativi; che, appunto, non siano solo parole, ma parole e silenzi, parole e gesti, parole e azioni, parole e sguardi, che diano anima alla relazione educativa.
Quindi, importanza assoluta all’educazione degli educatori; centrare, quindi, il nostro percorso di riflessione sulla comunicazione gentile con il massimo coinvolgimento di tutti gli attori nel processo educativo, che devono essere consapevoli del pensiero della complessità.
La condivisione riguarda anche la relazione educativa, vista non come autoritaria e prescrittiva e neppure come superficialmente emotiva o falsamente amicale. Torniamo a Milani, I care, “look after and provide for the needs”, cioè provvedere veramente ai bisogni. La comunicazione gentile in contesto educativo passa anche dalla assunzione della responsabilità, come la concepiva Hannah Arendt (vedi voce Wikipedia): dobbiamo amare il mondo e assumerci la responsabilità di salvarlo in qualche modo, perché dobbiamo essere coinvolti nel processo di rinnovamento che si attua attraverso i giovani e, quindi, essere molto convinti, in maniera plurale, di promuovere percorsi di apprendimento, che sono mirati verso l’acquisizione dell’autonomia e l’assunzione di responsabilità da parte di coloro di cui dobbiamo prenderci cura. Ogni azione di insegnamento educativa è finalizzata all’acquisizione di una competenza di apprendere ad apprendere dell’alunno, cioè la sua autorealizzazione, e consta, appunto, di autonomia e responsabilità nell’orientare la vita, che è vita dell’individuo e vita sociale. 

La condivisione riguarda anche gli approcci didattico metodologici che siano inclusivi ovviamente, collaborativi, costruttivi, che prendono dentro di sé anche il gioco
Schiller dice nel suo saggio che il gioco è la forma più alta di apprendimento per il bambino, ma non solo per il bambino. E l’educazione all’aperto, cioè coinvolgere i sensi del bambino, favorire il contatto con la natura, l’utilizzo di forme verbali che si attua in una comunicazione efficace non violenta, la ricerca di un clima di benessere nelle relazioni e la flessibilità di tutti i progetti pedagogici per riconoscere i diversi talenti di tutti all’interno dei gruppi classe, 

Dobbiamo essere consci del fatto che il linguaggio non verbale, quindi tutto ciò che riguarda la nostra gestualità, ma anche la posizione che assumiamo nello spazio di riferimento, il nostro modo di porci, lo stesso nostro abbigliamento pesano insieme agli aspetti cosiddetti paraverbali, che riguardano appunto la tonalità, il timbro della voce, la velocità dell’eloquio, il ritmo eccetera, mentre il contenuto verbale, cioè quello riferito alla parte semantica della nostra parola, ha nella comunicazione verbale un’influenza residuale. Questo è derivato dallo studio di Albert Mehrabian (vedi voce Wikipedia), uno psicologo che insegna all’università californiana di Los Angeles, e il suo modello, detto del 55 38 7, perché questo contributo dei diversi linguaggi va a scalare. In pratica il contenuto verbale incide parte residuale; lui ci tiene molto però che venga specificato che questo suo modello vale per queste percentuali numeriche nella comunicazione, diciamo personale; le cifre si ridimensionano per altri tipi di comunicazione, diciamo, più oggettive; però comunque è qualcosa su cui dobbiamo riflettere, se vogliamo che le nostre parole siano parole di cura.

Quindi, non solo parole, non solo il nostro corpo che si adatta alle parole, ma consapevolezza che si apprende attraverso l’ascolto e l’osservazione; quindi l’importanza della credibilità, dell’esempio che chi educa o ha un ruolo all’interno di un contesto educativo deve avere. La dignità e il rispetto dell’altro, dei diversi ruoli dentro i contesti comunicativi sono importantissimi. Cosa succede quando crediamo che chi insegna o il direttore di una scuola abbia più importanza del resto? Succede quello che Dickens (vedi voce di Wikipedia) ci presenta nel suo famoso romanzo Hard Times (vedi voce di Wikipedia), in cui il professor Gradgrind – il nome Dickens lo forma dal verbo to grind, stritolare – e grad si riferisce al al fatto che era laureato e anche rimanda ai grades, ai voti; quindi verrebbe fuori un cognome tipo “lo stritola studenti con i voti”, o una cosa del genere. Ecco, la pari dignità non può vedere i bambini, gli alunni sin dai primi anni di scuola come vasi da riempire, diceva Dickens, con i fatti. In realtà questo è un pericolo che ancora oggi abbiamo; uno dei pericoli che la professoressa Lucangeli (qui in un video tratto da TedxMilan) mette in luce, è  l’ingozzamento cognitivo, cioè un rapporto dove l’educazione, i suoi contenuti, i suoi oggetti sono più importanti della relazione. Il dottor Renato Palma (link a occhiovolante.it), che è uno psichiatra, un medico della corrente di Democrazia affettiva, sostiene che il pericolo di abbandonare la relazione, di sbilanciarsi verso l’educazione, è quello di diventare scortese, mentre invece è fondamentale che la relazione sia sempre presente, sia sempre bilanciata con l’educazione. Se non avete letto, se non vi ricordate, questo romanzo parla di scuola ed è famosissimo lo scambio con la ragazzina Sissy Jupe, che viene individuata come il numero 20. Alla risposta della bambina, che aveva le guance di un bel rosso acceso perché era abituata a vivere all’aperto, figlia di un clown del circo, ecco, alla domanda cosa fa tuo padre, la bambina risponde e l’insegnante molto sgarbatamente tratta questa professione come discutibile “non la devi nominare questa questa cosa in questo luogo”. E, allora, interroga la bambina, che ha sempre più il rossore che l’avvolge perché si allarma, si impaurisce. La bambina non sa rispondere alla domanda cos’è un cavallo; chi sa rispondere perfettamente è il compagno di scuola Bitzer, che, come praticamente avremmo detto oggi, a pappagallo riporta a voce una definizione di cavallo da vocabolario e Bitzer, che Dickens descrive come talmente pallido che era difficilissimo anche distinguere gli occhi dal resto del volto, perché anche le ciglia erano veramente quasi invisibili, … ecco, chi sa benissimo che cos’è un cavallo e Sissy che non sa dire cos’è un cavallo e quindi viene umiliata perché non non è adatta a quel tipo di scuola. E chi non ha nessuna idea di che cosa sia nemmeno l’aria aperta, dove si muove un cavallo, invece è lo studente che più adatto a questo tipo di scuola, questo tipo di società. (link a una pagina di letteredidattica.deascuola.it con il testo del brano citato).

Già de Montaigne (link alla voce di Wikipedia), che vive nel 500, quando quindi già il colonialismo ha prodotto i suoi effetti, mette in guardia dal privilegiare le  informazioni sulla formazione; quindi già nel Cinquecento, epoca di colonialismo, ricordiamocelo, non ci domandiamo se l’alunno è più saggio, ma semplicemente se ha imparato il greco e latino. Ripreso da Morin, il suo motto è diventato famosissimo: meglio una testa ben fatta che una testa piena. La scuola di Dickens era la scuola di Coketown, una delle tante città della Rivoluzione industriale inglese; è bellissimo anche questo brano che ho riportato qui in traduzione, perché gli attributi di Coketown ne fanno un luogo nocivo per l’uomo, come una giungla selvaggia, appunto un luogo dove l’uomo veramente è in pericolo. Ci sono delle similitudini bellissime col serpente di fumo, il fumo delle ciminiere; il fiume, il canale, che prima avevano un colore naturale, adesso sono neri e una tinta rossastra, maleodorante, anche quindi la sinestesia, il pistone della macchina a vapore che fa un rumore assordante paragonato alla testa dell’elefante impazzito. Dickens ha molto chiaro il perché di tutto ciò: gli attributi di Coketown erano inseparabili dall’industria che dava da vivere alla città, cioè inseparabili perché c’era la rivoluzione industriale e succede succede che il mondo è cambiato: ci sono persone niente affatto gentili, ma sempre arrabbiati, infuriati, che si danno all’alcol, all’oppio, mentre invece la gentil donna elegante che gode di tutto ciò che viene prodotto nei luoghi della dell’industria, storce il naso perché non ama appunto tanta bruttezza, la bruttezza appunto della città inglesi della Rivoluzione industriale.

Di nuovo Montaigne: il vizio fa bene agli affari, fa bene all’economia e questo dal colonialismo in poi era diventato sempre più acquisito. Anche qui la famosa favola delle api di Bernard de Mandeville (link alla voce di Wikipedia), scrittore filosofo olandese e inglese, poi trasferitosi appunto in Inghilterra con vizi privati e pubbliche virtù: lo stato ha bisogno del vizio per diventare uno stato grande, perché anche qui la virtù non è un motore per l’economia e, quindi, una volta che abbiamo connesso la fortuna economica con l’egoismo e l’immoralità e abbiamo capito che l’ingiustizia, la furbizia possono essere convenienti per arricchirsi. Basta riflettere sul fatto che, se io produco tagliaerba, ho tutto l’interesse per far dilagare l’egoismo, perché se io presto il mio tagliaerba al mio vicino, perché vivo in maniera amorevole col mio vicino, allora viene venduto un tagliaerba in meno. Invece persone scontrose, non dedite a nessuna forma di collaborazione, possono avvantaggiare chi produce tagliaerba e non solo. 

Quindi io dico semplicemente questo: parlare di gentilezza vuol dire essere consapevoli di queste complessità della storia e del presente e tradurre il tutto in maniera estremamente semplice e, diciamo, con vicinanza verso le nuove generazioni. Quindi c’è una serie interminabile di motivi per cui è la gentilezza e la cura sono un antidoto a tutti i mali; sono parole che si incarnano e diventano soccorrevoli, come diceva Sara.

La settimana della gentilezza nella scuola perché? Perché almeno una volta abbiamo l’occasione, insieme con tutti gli insegnanti in un collegio, nella quale ci ricordiamo che questa modalità di rapporti tra tutte le componenti delle comunità scolastiche sono fondamentali, intendendo la gentilezza come antidoto verso tanti momenti di difficoltà.

Qui riassumo come nasce la settimana della gentilezza, soprattutto per chi non ha mai provato. Chiunque può dare un input e con molta libertà, con molta semplicità si comincia a progettare nella propria classe, con alcuni colleghi, poi con la scuola. È  quel qualcosa che deve nascere e crescere con gentilezza. Ai tempi di oggi riguarda lo studio del benessere, perché chiaramente anche nei luoghi di lavoro c’è tutto l’interesse ad avere relazioni gentili. E quindi è diventato molto importante il discorso sulla gentilezza, che è una vera e propria competenza sociale e civica, oltre che professionale. Io ero in un alberghiero e senza gentilezza non si fanno quei lavori, ma se la gentilezza è un abito, una divisa che ci si leva e ci si mette, come dicevo agli alunni, ecco, questa non è la vera gentilezza. Mi è capitata un’offerta di lavoro, che ho visto online una scuola inglese, per notare la differenza che esiste tra l’Inghilterra e l’Italia nel reclutamento: nell’annuncio online si dice che i doveri dell’insegnante che viene cercato comprendono l’alimentare e il sostenere una cultura della gentilezza dentro la classe e il supportarla in tutta la comunità scolastica.

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