Mariapia Veladiano
Questa pagina riporta l’intervento di Mariapia Veladiano, dirigente scolastica, scrittirce, vincitrice del Premio Calvino 2010, e seconda al Premio Strega 2011.
Oltre alla possibilità di sentire l’audio, abbiamo pensato di proporre anche la trascrizione testuale. In questo modo, oltre a favorire una seconda modalità di fruizione, utile per le persone con difficoltà uditive, abbiamo avuto la possibilità di espandere il testo con alcuni link. Il testo, inoltre, facilmente selezionabile, diventa un lancio per ulteriori riusi.
IC Copernico di Corsico, mercoledì 25 novembre – IV Settimana della gentilezza
Ascolta l’audio della prima parte dell’intervento di Mariapia Veladiano
La presentazione
Scarica la presentazione di accompagnamento Parole di cura, a cura di Mariapia Veladiano (pdf, 735 kB)
L’intervento, prima parte
L’espressione parole di cura
Parole di cura è un’espressione bella; la parola cura è una parola bellissima, ma, se usata per la scuola, bisogna stare molto attenti: molto frequentemente la psicologia sociale ci dice che il fatto che la scuola, l’insegnamento siano percepiti come attività prevalentemente di cura è una delle ragioni per cui è stata solo in Italia affidata prevalentemente alle donne; e il fatto che in Italia tutto ciò che è femminile è immediatamente svalutato è una delle motivazioni per cui la scuola è considerata passibile di essere chiusa in questi tempi un po’ difficili che noi stiamo vivendo. o, comunque, un’attività che qualche modo può essere poco retribuita e anche poco considerata.
Quindi, la parola cura è una parola bellissima che uso molto quando parlo di scuola ma bisogna avere molto presente che è una parola che va sempre messo insieme a molte altre che sono educazione, responsabilità, condivisione delle responsabilità, socialità e così via.
Questo tempo del nostro confinamento, questo tempo impensato della pandemia ha fatto tornare di moda la parola. Non è scontato; noi abbiamo dissipato però negli ultimi almeno 30 anni della nostra vita politica italiana in un modo indecente, al punto che molte parole, anche bellissime, hanno subito dei rovesciamenti di cui i linguisti hanno parlato: la parola libertà confusa con la parola sicurezza, o, quanto meno, mescolata; la parola inclusione, che, introdotta nella scuola italiana, è una parola quasi come rivoluzionaria e sovversiva. Quindi tante parole sciupate, anche devastate. Io un po’ ridendo, dico che dopo che abbiamo fatto delle pubblicità martellanti, in cui la parola amore è stata associata con il sapore, fare l’amore con il sapore, è molto difficile parlare seriamente d’amore; insomma, tirar fuori qualcosa di serio parlando d’amore.
La parole della pandemia
Eppure adesso, con la pandemia con questo sconfinamento, c’è un proliferare straordinario di interventi sulle parole. Un libro molto bello che è uscito in questo periodo, proprio in questi mesi, è Le parole che allungano la vita per Cortina editore; l’Emilia Romagna teatro ha fatto sta facendo una rassegna teatrale tutta dedicata alle parole in collaborazione con Radio Rai 3 come popolo, coraggio (link al video #etimologie1, canale Facebook ERT) , cura (link al video #etimologie2, canale Facebook ERT), e ancora una volta scuola (link al video #etimologie3, canale Facebook ERT); poi ancora Eugenio Borgna, è stato già citato, ma da sempre parla delle parole come salvatrici, io cito questo libro che è una meraviglia; il festival biblico Io sono di Vicenza ha fatto una lettura magistrale bellissima con Vera Gheno (link a Youtube, canale festivalbiblico) sul potere delle parole; Tv2000 in questi giorni ha lanciato con Simone Cristicchi una trasmissione molto bella, dal titolo Le poche cose che contano. È come se la parola l’avessimo riscoperta.
Perché l’abbiamo riscoperta? Allora, innanzitutto, qui ringrazio una collega che ci sta ascoltando: si chiama Daniela Bellabarba, una collega dell’Istituto Comprensivo Pertini di Padova, che ha dei figli in America, come spesso capita oggi; e mi faceva osservare, proprio nel tempo del primo confinamento, come la California avesse scelto come espressione per dire stare a casa, per difendere la salute delle persone, l’espressione Shelter in place. Invece, noi italiani abbiamo scelto l’espressione inglese lockdown. Allora, sono solo parole, ma sono esattamente due mondi. Allora, l’espressione Shelter-in-Place può spiegarla probabilmente molto meglio di me Maria Ramunno. Comunque, è stata coniata per dire “state in casa per proteggervi”; questo è il decreto (link a Youtube, canale abc10) che la California ha pubblicato per dire: è necessario operare sostanzialmente una serie di scelte per proteggere la nostra salute pubblica. Guardate come avviene formulato in modo sempre positivo. Shelter-in-Place Order e questo caso è l’ordinanza, quindi una disposizione. No E dice quello che si fa, perché si fa, cosa si deve fare e dà tutte le indicazioni perché i cittadini siano in grado. Quando nei notiziari si parla del confinamento, non viene mai usato in termine lockdown. In questa espressione Shelter-in-Place. Shelter vuol dire proteggersi; ha che fare, ad esempio, con la protezione di una capanna in un bosco, con la protezione rispetto a un pericolo, all’interno di una famiglia; cioè il principale significato ha che vedere con la natura; trovare riparo nel posto in cui ci si trova. Quindi non c’è nessuna accezione negativa in questa espressione.
Se noi andiamo a vedere l’espressione lockdown dalla Oxford dictionary, lockdown, di cui noi non sappiamo niente, perché gli italiani non conoscono l’inglese, è molto aspra, richiama down che per noi è una parola mediamente anche complessa, perché down ha a che vedere anche con la patologia – credo che molti conoscono solo in questo senso. Comunque guardate tutti i significati riportati: sono tutti legati al controllo. Lock è la serratura, la parola vuol dire confinamento, to lock vuol dire chiudere a chiave. In America è stata utilizzata pochissimo il lockdown: in occasione, ad esempio, dell’11 settembre “lockdown dei cieli”, perché gli aerei non potevano muoversi e poi in Europa fu utilizzato nel 2015 dopo la vicenda di Charlie Hebdo, non in Francia. ma a Bruxelles in Belgio, dove alcuni terroristi sembravano essersi rifugiati. Un altro dei significati è proprio legato alla prigione, cioè chiudere in cella con la chiave.
Due espressioni completamente diverse: una è propositiva (Ci salviamo nel posto in cui ci proteggiamo, nel posto in cui ci troviamo) e l’altra mette in azione un agente esterno, che è lo stato, che è la polizia, che è un ordine superiore che mi costringe a fare delle cose; è un rovesciamento totale della percezione. Provate a pensare a ripetere migliaia e migliaia di volte in questi mesi un’espressione come “proteggersi nel luogo in cui ci si trova” e invece lockdown.
Un lavoro che noi possiamo fare a scuola, un lavoro bellissimo che molti colleghi hanno fatto con risultati veramente bellissimi, è giocare con le parole che noi stiamo utilizzando in questi giorni, proporle ragazzi e cercare le alternative. Allora, lockdown o protezione in casa; oppure bollettino, parola legata in generale alla guerra o a una situazione di gravissimo pericolo, e invece potrebbe essere un resoconto o il diario del giorno. Sono rimandi questi, rimandi di ragazzi e di bambini che hanno già fatto questo gioco: il distanziamento sociale famigerato, per cui sembra che sia distanza di sicurezza, che sia una cosa buona star lontani, invece potrebbe essere la vicinanza sicura, cioè trovare quella misura che ci fa sentire sicuri tutti e due; la quarantena che ha sempre a che vedere con la malattia, con la patologia potrebbe essere chiamata “periodo di protezione” e poi c’è lo smart working, che in inglese vuol dire intelligente, come se invece quello dell’ufficio fosse un po’ stupido, che potrebbe chiamarsi invece lavoro a distanza, telelavoro. Su pandemia c’è la lunga questione dell’Accademia della Crusca (link, le parole della pandemia) dove sembrava che pandemia mettesse troppo paura e che fosse meglio epidemia; adesso anche l’accademia della Crusca sia un po’ tranquillizzata (link, all’articolo In margine a un’epidemia: risvolti linguistici di un virus – II puntata), perché ha scoperto che quasi nessuno sa cosa vuol dire pandemia. Poi c’è il contagio, sempre negativo, poi c’è il tema del bonus; io lo affido alla vostra saggezza, ma pensate come è brutto questo bonus che è sempre solo soldi, come se il bonus bene fosse sempre solo avere soldi dal bonus. Pensate che associazione costante che viene ai bambini, anche i ragazzi a scuola, sentire parlare così.
Che parole potremmo usare
È un lancio che faccio, però il gioco Che parole potremmo usare, oppure anche il gioco De-costruiamo le parole è molto interessante; poi i bambini sono fantasiosissimi e si può veramente su questo giocare.
Poi c’è tutto il tema, sempre bellico, della lotta al coronavirus. Ancora adesso i titoli sono “combattere”, “essere in prima linea”, “essere in guerra”, “bollettino” l’abbiamo già detto, “lotta al contagio”, “esperienze di trincea”, i medici che sono in trincea, oppure ancora gli eroi, terribile il discorso degli eroi; avete visto che in sei mesi gli eroi sono diventati adesso le cassandre, le aggressioni ai medici. l’insofferenza verso gli infermieri, pensate come un eroe si rovescia nel suo contrario così in fretta. Vincere la guerra al coronavirus, sicurezza, emergenza, task force, che i nostri ragazzi conoscono solo attraverso i film di guerra oppure quello nei giochi di ruolo che fanno su internet; quindi queste task force sono sempre belliche, come se non ci potesse essere invece uno stile di vita che può condurre a una società sana. Non c’è riflessione, sono tutte parole aggressive, sono tutte parole di aggressione e si dice: ma allora, se siamo così messi, dov’è il nemico? E allora il nemico è un mare di gente. Sono gli untori che escono fuori, sono le mamme che portano i bambini a spasso, sono gli anziani che osano mettere fuori un piede nel giardinetto, è il vicino di casa contagiato che magari apre la finestra e chissà se esce; sto raccontando tutte cose che mi hanno raccontato. Se noi abbiamo linguaggio di guerra, dobbiamo continuamente cercare un nemico.
Questo per dire come le parole creano proprio anche la realtà sociale. Ci vorrebbero proprio degli esperti di parole, di comunicazione amica, di comunicazione gentile nelle nostre istituzioni. Io stendo un velo, anche una coperta, una coltre, un feltro sulle parole con cui il ministero ha dato le proprie indicazioni alle scuole, perché sarebbe un capitolo che non possiamo assolutamente affrontare.
E scuola? Distanza o prossimità?
E la scuola cosa fa o cosa può fare? A scuola abbiamo avuto, con questa pandemia, la didattica a distanza, che io ho trovato un’espressione terrificante. Fin dal primo giorno l’ho combattuta, perché è un’espressione fredda: mette l’accento sulla tecnica, sulla didattica a distanza, ma è talmente, come dire, sbagliata, che viene un po’ da piangere; però è anche vero che noi di scuola siamo molto abituati a queste espressioni, espressioni che non tengono presente che le parole fanno la realtà. Quindi questa didattica a distanza si presenta nella sua definizione come un problema, un grave problema, quando c’erano molte altre espressioni. Ne ho scelta una, con cui in questi mesi ho sempre cercato di dialogare quando facevo interviste articoli eccetera, che è la “scuola di prossimità”, perché la scuola di prossimità? Perché, pur nella pandemia, pur nel confinamento, la scuola ha potuto essere vicina in un modo impensato, non perfetto, però ha realizzato una forma di vicinanza.
Certo, se noi pensiamo che l’unica forma di didattica sia la didattica a distanza, abbiamo già bloccato la creatività dei presidi, dei docenti. Abbiamo già creato un blocco della creatività, perché quella è la cosa da fare: creare una connessione, mettere i tablet dove si può, eccetera. Invece abbiamo stoppato la creatività di un’altra espressione: la scuola di prossimità.
In quali modi una scuola in pandemia con il coordinamento può rendersi prossima? Tra l’altro, la didattica a distanza, benché il nome non lo dica, è una forma di prossimità: siamo entrati nelle case dei bambini e dei ragazzi, i ragazzi sono entrati nelle nostre case, il filo non è stato interrotto. Qual è il problema? Il problema è che non è possibile che sia l’unica scuola proponibile in tempo di pandemia. Ci sono mille altre vicinanze. Quali sono le mille altre vicinanze? Noi le abbiamo saputo trovare, ad esempio, per il cibo: abbiamo avuto ragazzi volontari, formati o non formati, che sono andati a portare il cibo, la spesa, o che hanno fatto la spesa, che hanno distribuito nel primo periodo, fisicamente, creando una vicinanza assolutamente nuova. Poi anche tutti i tipi di reciproco aiuto, la Protezione Civile, ma questo tipo di vicinanza alternativa creativa non è stata neanche pensata o praticata per la scuola. Si è pensato che l’unico modo fosse quello di fare le distanze, in un modo o nell’altro, competenti oppure no, nella preparazione ottima o nella impreparazione, mentre la stessa dinamica che si è realizzata per altre cose, per il cibo, per le medicine, eccetera sarebbe stata possibile anche per la scuola. Nel secondo confinamento qualche Istituto lo sta già facendo; ad esempio a Milano l’associazione Nonunodimeno, che è di persone di scuola, ex presidi ed ex insegnanti, si è messa a disposizione di un liceo per fare piccoli lavori di gruppo anche in orari extrascolastici, oppure al mattino con persone volontarie per . ragazzi che non potevano essere raggiunti se non in quel modo lì.
In altri casi si sarebbe potuto, qualcuno lo ha silenziosamente anche fatto, qualche volontario l’ha fatto, andare là dove non era stato raggiunto il bambino/ragazzo in nessun modo – il tablet non era arrivato, perché non l’avevano ritirato; i genitori non si facevano sentire eccetera – a portare fisicamente, con tutti i presìdi, con le mascherine, i guanti, eccetera, portare fisicamente compiti e lezioni e tenere i rapporti.
Questa è la scuola: trovare mille altre prossimità ragionevoli, un movimento. Però se la scelta ministeriale è subito un blocco, cioè anche sul piano del linguaggio, è evidente che si stoppa il pensiero; è la parola che stoppa il pensiero.
Il potere delle parole per guadagnare consenso
Ora farei partire un video, assolutamente rivelatore, dura 2 minuti ed è preso da questo film, qualcuno lo conoscerà, Vice – L’uomo nell’ombra che racconta la storia vera di Dick Cheney, che qualcuno ricorderà, è stato il vice di Bush, era un uomo che tutti hanno sempre definito un po’ terribile, e che nell’epoca dell’amministrazione Bush è stato incaricato di far passare alcune leggi favorevoli ai conservatori, che non ricevevano il consenso dell’opinione pubblica. Hanno assunto questo Frank Lance perché è un guru del marketing americano: “Comincerei con la tassa di successione un tassa difficile da eliminare, perché riguarda solo le proprietà di valore superiore ai 2 milioni, ma abbiamo fatto progressi e il guru del marketing Frank Lance ci dà una mano. Salve a tutti, spingere la gente comune a sostenere i tagli alle tasse dei più benestanti è sempre stata un’impresa; abbiamo avuto successi in passato, ma con la tassa di successione è molto dura. Tuttavia, forse siamo arrivati a una svolta: dunque, la tassa di successione si applica a chiunque erediti più di 2 milioni di dollari. A chi di voi questo non piace? Bene, a chi di voi non piacerebbe una cosa chiamata “tassa di morte”? (…) Invece di “effetto serra”, che siamo d’accordo fa molta paura, lo chiamiamo “cambiamento climatico”. (…) Così, con una delle più grandi macchine mediatiche politiche mai create prima, Cheney riuscì a soffocare le azioni sull’effetto serra, a tagliare le tasse per i super ricchi e smembrare le normative per le grandi corporation.”
In questo video si capiva chiaramente l’importanza delle parole: quest’uomo è riuscito a far passare la detassazione dei grandi redditi chiamando tassa di morte la tassa di successione È stata una rivoluzione solo delle parole, studiata, utilizzando solo parole, solo esclusivamente parole. Pensiamo all’importanza di una cosa di questo tipo, veramente rivelatrice.
Elogio della cortesia
Questa è la nostra settimana della gentilezza, della cortesia e della gentilezza. C’è un libro bellissimo, che io consiglio sempre, che è della Giovanna Axia, Elogio della cortesia.
Lei era era una psicologa sociale dell’università di Padova, è un libro. al cui successo ho contribuito perché devo averne regalate decine di copie, in cui racconta il valore delle parole proprio nella scuola e qual è il ruolo della cortesia, laddove lei dice che la cortesia rientra nell’arte di far accadere le cose attraverso le parole.
Ora propongo solo due dialoghi bellissimi che lei riporta all’inizio del testo e poi rimando alla lettura. Sono due bambini che stanno parlando. Siamo in una scuola dell’infanzia, i bambini hanno 5 anni e la bambina ha preso un bastoncino a Yader.
Yader dice: «No, no… Mi serve! Mi serve a me!» Siamo in una scuola dell’infanzia, i bambini hanno 5 anni e la bambina ha preso un bastoncino a Yader.(a Paola che gli ha preso un bastoncino) e Paola risponde: «Anche a me mi serve a fare così! Ecco!».
Interviene Romina e dice: «Ma se le serve anche a lei, scusa!»
Yader: «Se vuoi te lo do» (offre un altro bastoncino)
Paola. «No! Questo non mi serve! Mi serve questo!»
Romina: «Ma dai!»
Yader: «No»
Interviene Romina e dice: Yader, per favore, se tu le dai quel bastone io ti do questo, cioè offre uno scambio
Yader: «Dammelo» e accetta lo scambio
Secondo dialogo brevissimo, sempre in un asilo nido.
Carlo: «Guarda! Un serpente! Tieni!» e lo offre a Umberto
Umberto: «Tu lo tieni»
Carlo: «Tieni!»
Umberto: «Te!»
Carlo: «Tieni!»
Umberto: «No»
Carlo: «Io ti ammazzo»
Umberto: «Anch’io ti ammazzo!»
Cosa ha funzionato? Cosa ha funzionato nel primo dialogo? Ha funzionato il fatto che Romina, che ha fatto un po’ la mediatrice, ha usato due strategie spontanee: 1. ha chiamato Yader per nome e quindi gli ha offerto un riconoscimento, non uno qualsiasi, ma sei proprio; 2. ha detto “per favore”, ha usato una formula di cortesia. A quel punto non era più un problema di potere, ma era un problema di gestione del potere da parte Yader e poteva gestirlo gentilmente. Non occorreva affermarlo a suon di clavate sulla testa dell’altro bambino. Quindi ha potuto fare l’operazione di usare la benevolenza, invece che la prepotenza.
Nel secondo dialogo è mancato tutto, è mancata la cortesia, è mancato il nome, è mancata la mediazione.
Ecco il potere del nome; il potere del nome è fortissimo come è fortissimo il potere della cortesia. Lei (l’autrice) dice sempre: i rituali della cortesia nei bambini servono a sciogliere i conflitti. Ecco che la cortesia, ma ci sono tantissimi esempi nel libro, diventa una modalità di far accadere le cose: di fare accadere una splendida vita di scuola gentile.
La domanda che lei si sta durante il libro è: “davvero uno si chiede cosa facciamo ai bambini per costringerli a diventare quegli adulti ottusi e prevaricatori che tanto spesso ci affliggono l’esistenza!”.
La risposta c’è, c’è anche questa nel libro, ed è sostanzialmente che li circondiamo di adulti che dimenticano quella lezione, cioè gli adulti che non conoscono e non riconoscono il potere buono delle parole.
La storia di Ruby Bridges
Visto che il tempo purtroppo è già passato, rimando diciamo a voi la storia di Ruby Bridges: è una bellissima storia che racconto anche nel mio libro, all’inizio; da qui è nata anche l’idea di scrivere questo piccolo libro di scuola. La prima è la foto di questa bambina: è una storia bellissima: i neri dovevano per forza fare un concorso, un esame di ammissione per entrare alla scuola di bianchi e lei aveva vinto, insieme ad altri cinque bambini, questo diritto di entrare. Quattro bambini si sono ritirati per le minacce ricevute, lei invece decise di andare grazie alla mamma, la mamma che pretese di esercitare il suo diritto. Poiché Ruby riceveva minacce di essere avvelenata ad essere uccisa, mentre la famiglia aveva perso il lavoro, fu accompagnata a scuola per un intero anno scolastico dai federali, tutte le mattine.
Il quadro a fianco è di Norman Rockwell, che ha rappresentato questa vicenda storica di Ruby.
Ruby Bridges è ancora viva; è un racconto da fare con i bambini a scuola.
Educazione al rispetto di genere
Ultime cose, qualche parola di scuola del volumetto che ho scritto sostanzialmente. Ne scelgo solo qualcuna, perché mi sembra che il tempo sia passato. Data la giornata di oggi, scelgo almeno la parola gender. Sapete che la scuola è stata investita dal tema del gender a sorpresa, perché noi stavamo lì buoni e fare un sacco di belle cose di educazione al rispetto di genere e al superamento degli stereotipi di genere; poi è arrivato il gender, che ha fatto piazza pulita di tutto ciò che di buono c’era, perché ha strumentalizzato il lavoro meraviglioso che a scuola si faceva nei termini soprattutto degli stereotipi di genere. Ciò che è accaduto è gravissimo: tutti i progetti sugli stereotipi di genere sono diventati sospetti, sono diventati i progetti di gender nel luogo comune del mondo e del mondo intorno a noi, e ha tra l’altro creato un effetto ancora più negativo, se si pensa che, secondo i dati del ministero dell’Interno, dal 2015 tutti, ma proprio tutti, i reati – i furti, gli omicidi e così via – sono in calo in Italia; gli unici ad essere in costante aumento sono quelli legati alla genere, cioè i femminicidi le aggressioni e le uccisioni delle donne. Quindi noi abbiamo in Italia un enorme problema sulle relazioni di genere e questo spauracchio retrivo e senza nessun fondamento del gender ha bloccato splendidi progetti che noi stavamo facendo. Uno molto bello della Provincia autonoma di Trento non ha più ricevuto i finanziamenti della nuova giunta, che ha preso il potere in provincia un paio di anni fa; ed era un progetto a cui moltissime scuole delle nostre hanno partecipato, anche la mia. Ero in Trentino, noi abbiamo partecipato sempre tutti e tre gli anni e qui abbiamo un grosso problema perché se noi dobbiamo rieducare alle relazioni gentili, o anche solo corrette, i maschi e le femmine, dobbiamo riavere il coraggio proprio di partire di nuovo con questi progetti sugli stereotipi di genere che rappresentano per noi, in Italia, un grosso problema anche di sicurezza.
Suggerimenti e altre risorse indicate da Mariapia Veladiano
- Le parole che allungano la vita, di Ivano Dionigi, Cortina editore 2020
- Eugenio Borgna, Le parole che ci salvano, Einaudi 2017
- Eugenio Borgna, L’ascolto gentile, Einaudi 2017
- Giovanna Axia, Elogio della cortesia, Il Mulino 2012
- Scuola, inclusione ed equità. Parole e concetti spiegati con i disegni (articolo da ilsole24ore.com)
- La parola valgono (da https://www.treccani.it/)
- Marino Sinibaldi in dialogo con la poetessa Chandra Livia Candiani (da RaiPlayRadio)














