Eraldo Affinati
Questa pagina riporta l’intervento di Eraldo Affinati, insegnante, scrittore, finalista al premio Strega 1997 e 2016, fondatore della scuola Penny Wirton.
Oltre alla possibilità di sentire l’audio, abbiamo pensato di proporre anche la trascrizione testuale. In questo modo, oltre a favorire una seconda modalità di fruizione, utile per le persone con difficoltà uditive, abbiamo avuto la possibilità di espandere il testo con alcuni link. Il testo, inoltre, facilmente selezionabile, diventa un lancio per ulteriori riusi.
IC Copernico di Corsico, venerdì 20 novembre – IV Settimana della gentilezza
Ascolta l’audio completo dell’intervento di Eraldo Affinati
Sono felice di essere qui con voi in questa modalità che ormai è diventata esplosiva a causa della pandemia; tutti noi insegnanti sappiamo che la vera a scuola non può essere questa, però, giocoforza, dobbiamo assoggettarci, in questo momento di emergenza drammatica che stiamo vivendo nel paese, a questa condizione. Alberto ha già un po’ introdotto il tema delle scuole Penny Wirton, che prendono il nome da un romanzo di Silvio D’Arzo, intitolato Penny wirton e sua madre. Io e mia moglie, Anna Luce Lenzi, siamo due insegnanti che una quindicina d’anni fa abbiamo fondato queste scuole di italiano per immigrati: scuole gratuite, ci teniamo a dirlo, di lingua italiana per ragazzi, adulti, uomini, donne e bambini che raggiungono il nostro paese senza spesso punti di riferimento e hanno necessità di imparare la nostra lingua.
Come funzionano le scuole Penny Wirton
Le scuole Penny wirton si basano su un rapporto uno a uno. Questa è la prima cosa che voglio dire, non abbiamo le classi, non abbiamo nemmeno i voti, non abbiamo un sistema istituzionale, però siamo anche dentro la scuola pubblica, non solo perché molte scuole Penny Wirton sono all’interno delle scuole pubbliche, ma perché utilizziamo come docenti ragazzi italiani, che fanno con noi quella che si chiamava l’alternanza scuola lavoro.
Oggi sono dei tirocini formativi; noi formiamo i liceali italiani, gli studenti degli istituti di medie superiori come docenti dei loro coetanei immigrati.
Prima della dell’interruzione forzata della pandemia eravamo quasi 50 scuole Penny Wirton in tutto il territorio nazionale. La casa madre è a Roma, però a Milano, grazie a una grande e importante collaboratrice e coordinatrice della scuola, la Penny wirton di Milano è una sede molto importante, in via Pinturicchio. Lì Laura Bosio organizza questa scuola di italiano per immigrati. Io e mia moglie, Anna Luce Lenzi, abbiamo scritto un volume, composto di due tomi, intitolato Italiani anche noi e pubblicato dall’editore Ericsson, che usiamo come strumento didattico principale. In questo momento siamo anche noi con una piattaforma digitale; noi insegniamo l’italiano online andando a raggiungere questi nostri scolari nei centri di pronta accoglienza per minori non accompagnati dai 14 ai 15 anni, ma anche negli Sprar, nei Cas, in tutte le strutture organizzate per raccogliere gli immigrati
Le nostre ragazze e i nostri ragazzi
Stiamo parlando di persone che vengono da tutto il mondo, dal Bangladesh, dall’India all’Afghanistan, dal mondo arabo, dal mondo slavo, dall’Africa soprattutto, e sono ragazze e ragazzi, che hanno avuto esperienze anche terribili, traumatiche, drammatiche che però si trovano nel nostro paese. Ovviamente, parlare con loro significa toccare e conoscere un intero mondo: gente che è arrivata con i barconi, gente che si trova in una condizione di grande necessità e il volontariato che noi mettiamo in campo è particolare, perché i nostri volontari sono spesso persone adulte, ma anche adolescenti abbiamo appena detto, che si muovono con motivazioni particolari, nel senso che a volte sono volontari che fanno questa azione di pura gratuità per una ragione personale, legata magari ad un motivo esistenziale. Anche perché vogliono magari superare un momento di depressione, oppure per motivi politici, oppure anche per ragioni religiose. Le motivazioni possono essere tante, però il risultato è lo stesso: aiutare una persona che vuole imparare la nostra lingua, Ci si arricchisce molto: l’arricchimento è veramente totale, è umano, è profondo.
Io da insegnante ho imparato tanto in questo senso e molti miei libri nascono proprio da queste esperienze, in particolare due libri miei: uno è La città dei ragazzi, che racconta un viaggio in Marocco che ho fatto sulle tracce dei miei studenti arabi; l’altro Vita di vita, invece, racconta un viaggio in Africa sulle sulle tracce di un mio studente, che avevo incontrato alla Città dei Ragazzi una comunità educativa fondata da monsignor Carroll Abbing, dopo la Seconda Guerra Mondiale, in cui io ho insegnato per molti anni. È lì che mi sono appassionato all’insegnamento agli immigrati. Noi insegniamo anche a ragazzi che sono iscritti nelle scuole italiane e che sono in una condizione di grande difficoltà, perché spesso, non parlando la lingua, capite bene che non possono seguire in modo ottimale l’insegnante che hanno di fronte. Grazie alla Penny Wirton noi diamo anche un supporto a questi ragazzi. Certo, come diceva prima il dirigente scolastico, sono molto rigato anche a don Milani; ho scritto due libri su don Milani: uno, quello citato da lui, L’uomo del futuro, e un altro, dedicato specificamente ai ragazzi, e intitolato Il sogno di un’altra scuola, proprio per raccontare il priore di Barbiana ai più piccoli, ai ragazzi dai 12 ai 14 anni.
Cosa mi resta di don Milani?
Cos’è che mi resta di Don Milani? Intanto, l’idea di una scuola che non dovrebbe essere uno spazio separato dalla vita; la scuola dovrebbe essere l’intensificazione della vita. Ecco, se noi riusciamo a capire questo, entriamo un po’ nello spirito di don Milani. In fondo i ragazzi di Barbiana di oggi sono Mohamed, sono Cali, sono Omar sono degli studenti che vengono da tutto il mondo e che sono oggi nella condizione in cui erano i bambini di Barbiana negli anni Cinquanta e Sessanta. Don Milani dava tutto per questi ragazzi, perché si rendeva che non parlare la lingua significava e significa ancora oggi non entrare nel mondo, non essere presenti a se stessi.
La lingua italiana non è soltanto un mezzo di comunicazione, ma è anche la casa del pensiero; riuscire ad avere una struttura verbale collaudata e ben strutturata significa diventare grandi, significa diventare adulti. Ecco perché noi della Penny Wirton crediamo molto nell’insegnamento della lingua: attraverso la lingua tu puoi entrare nel pensiero della persona e quindi aiutarlo a saldare anche le fratture della sua vita. La lingua italiana per questi ragazzi è una lingua ortopedica, capace di saldare le fratture della loro vita. In questo senso il lavoro che si in Italia tante organizzazioni, tante associazioni, tante scuole continuano a realizzare è importante non soltanto per chi lo riceve, ma anche per chi lo fa.
In qualche modo aiuta a superare tanti episodi anche di violenza, di razzismo: l’ultimo mio libro è un dialogo con Marco Gatto, si intitola I meccanismi dell’odio. Già dal titolo si capisce qual è il fondamento del nostro dialogo: solo nella reciproca conoscenza tu puoi riuscire a superare lo stereotipo. E, quindi, dell’immigrato come colui che ti porta uno svantaggio; invece il tema dell’inclusione, di cui parlava prima il dirigente, è un lavoro culturale che bisogna fare e tanti episodi di intolleranza e di razzismo, di violenza, di sopraffazione, che noi vediamo oggi in Italia, sono frutto della paura dell’indifferenza, dell’ignoranza.
Riconoscersi in loro significa anche capire qualcosa di noi stessi
Allora, ecco la ragione per cui noi come Penny Wirton crediamo molto nella possibilità del confronto umano, del dialogo. Alcune signore che vengono da noi tante volte mi hanno detto: io prima di venire ad insegnare a Rasdur, un ragazzo immigrato del Bangladesh, se avessi incontrato un immigrato, tornando a casa la sera dopo aver fatto la spesa, probabilmente lo avrei scantonato. Dal momento in cui invece le ho conosciute queste persone, mi sono resa conto, diceva questa mia volontaria, che sono persone davvero come noi, nel senso che hanno una famiglia, hanno i problemi che abbiamo noi. Allora, rispecchiarsi in loro, riconoscersi in loro significa anche uscire non solo dall’indifferenza, ma capire qualcosa di noi stessi.
L’esperienza più bella che sto facendo in questi giorni è proprio nel vedere le liceali italiani, sono quasi tutte ragazze. L’altro giorno ho assistito a una lezione: c’era una ragazza del Togo, che aveva il bambino in braccio, c’era il nostro volontario, c’era la liceale che aiutava questa immigrata a leggere un testo e correggeva la sua pronuncia. Ecco, in quel momento mi sono reso conto che, anche in questo momento estremo della pandemia, continuiamo a funzionare, continuiamo ad entrare in azione, continuiamo a fondare un nucleo di resistenza umana e culturale. È molto importante che questo rimanga anche in questo momento drammatico, perché i costi che stiamo pagando a livello educativo sono molto alti. I ragazzi stanno soffrendo molto per l’impossibilità di frequentare la scuola come loro l’hanno sempre vissuta e anche noi docenti sentiamo la mancanza della scuola in presenza. Non vediamo l’ora di uscire da questa galleria scura e vedere la luce; però vedere questi immigrati che lavorano e continuano a lavorare con noi, continuano a fare esercizi, continuano a stare insieme a noi è rinfrancante e ci fa capire che la scuola è veramente il luogo del presidio etico di questo paese. Guai dimenticarlo. Oggi molte persone stanno parlando di scuola e si stanno rendendo conto di questo, perché la scuola sta entrando nelle case degli italiani come forse mai era accaduto prima. Anche noi adesso, in questo momento, stiamo facendo così e questo secondo me è è positivo e l’accelerazione tecnologica che stiamo avendo con l’uso di questi strumenti digitali ci sarà utile in futuro. E non dovremmo, tuttavia, dimenticare il senso di smarrimento che stiamo sentendo oggi.
Noi dovremmo ripartire, questo lo dico l’educatore prima ancora che da scrittore o da insegnante, proprio da questo da questo senso di fraternità, usiamo anche le parole ha usato papa Francesco: questo senso di fraternità, di coralità che noi stiamo sentendo nel momento in cui ci sentiamo minacciati dalla malattia anche drammatica che stiamo vivendo. Però è a scuola che noi dobbiamo tornare per ritrovare quella quel senso di coralità che adesso si sta sfuggendo.
Altre risorse
- Il sito di Eraldo Affinati
- La pagina Wikipedia su Eraldo Affinati
- Il sito delle Penny Wirton
- Eraldo Affinati su don Milani: Scuola Penny Wirton servizio TG2 Rai – Eraldo Affinati: la relazione umana nell’insegnamento














